È quasi domenica / I confini della gratitudine

C’è un limite oltre al quale la gratitudine ci imprigiona? Riflessioni sulla capacità di cambiamento e sull’impossibilità di compiacere tutti

Questo sito non esisterebbe senza la pazienza di Roberta che lo ha costruito con cura, nonostante la mia lentezza in ogni step. Nella fattispecie, questa rubrica sarebbe ancora impantanata nella ricerca del nome se non si fosse costituita una fulminea task force creativa, formata da Marco e Fede che hanno reagito all’istante alla mia richiesta di aiuto per battezzarla (non trovate che sia stupendo È quasi domenica? Io l’adoro, è un colpo di genio di Marco, alle nove di un venerdì sera mentre stavamo facendo la spesa, ciascuno nel suo supermercato del cuore, e subito approvato dall’adorato cerbero Fede nella chat di gruppo Pradapizza, di cui magari vi racconterò un’altra volta). E più in generale, sarei ferma al palo se Emilia non mi spronasse a investire del tempo su di me, anziché privilegiare sempre le richieste degli altri.

Io sono grata. Sinceramente, intimamente, profondamente grata per il confronto, il sostegno, l’onestà nel dirmi che il titolo che avevo pensato io faceva abbastanza schifo, la disponibilità nel sottrarre tempo ai momenti di relax (o punti fragola!)  dopo una lunga settimana di lavoro, l’incoraggiamento quando una se ne potrebbe fregare di ciò che faccio o non faccio, che tanto non ci guadagna una virgola. Loro sono amici, è facile provare gratitudine per qualcuno che ti vuole bene, voglio dire sei già ben disposto verso chi ti tratta con affetto. Io sono grata anche in ottica di macrocosmo, a cominciare dal fatto che sono in salute, vivo in un pezzo di mondo dove non mi piovono bombe in testa, dal terrazzo di casa  vedo albe e tramonti spettacolari e ho due buffi gattoni da coccolare, sbaciucchiare, rimpinguare ogni giorno, per non parlare del rimpinguare me medesima, azione non scontata altrove. E ringrazio per il lavoro bellissimo che faccio, per gli incontri sempre speciali a cui mi porta, perché raccontare storie è un modo strabiliante di passare la giornata. Sono grata per il tempo che le persone mi dedicano nel leggere le mie proposte, per le opportunità che mi danno quando ho la luce verde e posso intervistare questo o quel personaggio che mi piace tanto, per chi crede talmente tanto nelle mie idee da diventare mio socio (Marco, Ale, mo’ spacchiamo). Insomma qui è tutto un dire grazie col cuore, ma ultimamente mi è sorta una domanda fino a che punto la gratitudine ha senso? C’è un confine oltre al quale la gratitudine ci imprigiona in situazioni che ci stanno strette?

Il 2024 nella mia storia personale credo verrà ricordato come l’anno in cui sono diventata professionalmente adulta, cosa che, mi rendo conto, avrà generato dei: «Oh, ma com’è che questa all’improvviso è diventata stronza?!»

In una vita precedente, secondo me ero un cane da cui devo avere ereditato un granitico concetto di gratitudine/fedeltà. Se sei gentile con me, se mi sfami più o meno metaforicamente, se mi fai pat-pat sulla testa dopo che ti ho riportato il legnetto, sarai per sempre il mio eroe, ti accoglierò festosa davanti alla porta, ti guarderò come si guarda a un dio benevolo e protettore. In sé niente di male, in fondo perché non dovrei essere riconoscente verso chi fa qualcosa di buono per me? Al contempo, c’è da considerare l’effetto shampoo

I miei ricci necessitano di prodotti particolari che di norma costano un occhio della testa. Prima di trovare i migliori devi fare delle prove, con risultati deprimenti tanto per il portafogli quanto per le chiome, perciò è normale fissarsi su quelli efficaci e non mollarli. Prima o poi, arriva comunque il giorno in cui ti accorgi che anche il meraviglioso intruglio che hai usato fiduciosa non funziona più (quasi sempre quando avevi acceso un mutuo per rifornirti di tutto il set shampoo-balsamo-styling) e allora sai che c’è una sola cosa da fare: cambiare.

Con l’hair-care è facile, un po’ meno se capisci che è un lavoro, un fidanzato, a volte un amico a non fare più per te. Forse succede anche a voi, io so che a quel punto spesso la mia gratitudine diventa una copertura per la codardia. Dopo anni in una azienda, o dopo tante energie spese nell’ideare un progetto, ci siamo costruiti un mondo, a volte addirittura una prigione che abbiamo mentalmente arredato talmente bene da non sembrarci nemmeno tale, e per una come me è difficile dire, signori vi ringrazio, però questo non è ciò che voglio. Mi sembra di venire meno al sentimento di riconoscenza che provo e che sicuramente proverò in futuro nel ripensare a quel contesto, a quella persona. Mi beo del mio essere grata, guarda son proprio una brava persona, mi dico, peccato che, oltre a un certo limite tutta questa gratitudine diventi una scusa. La scusa per non prendere decisioni scomode, per non creare frizioni, per non assumersi la responsabilità di deludere le aspettative altrui, a costo di disattendere segretamente le proprie.

La maturità personale e professionale ha diversi aspetti e credo passi anche dall’accettare che non puoi compiacere tutti. Se una condizione non ti soddisfa, se non ti senti riconosciuto nel tuo valore o se semplicemente senti che un determinato ciclo è finito, la gratitudine resta, tu invece, vai avanti. 

Cristina Manfredi
Cristina Manfredi

Sono una giornalista di moda e mi puoi leggere su Vanity Fair, Marie Claire, L'Officiel, Style Magazine del Corriere della Sera, F, Affari & Finanza di La Repubblica. Prima di entrare nel mondo del giornalismo, ho lavorato per grandi realtà del settore. La mia passione per il vintage mi ha anche portata, agli inizi degli anni 2000 a partecipare a un allora pionieristico progetto di upcycling. Sono anche docente IED - Istituto Europeo di Design dove insegno Fashion Journalism nei corsi Master.

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