Fondazione Sella, nelle foto diventiamo storia

A Biella non c’è niente. Ecco una frase che io, nata e cresciuta in città prima di iniziare la mia vita milanese, ho ripetuto molte volte. Peccato sia falsa e l’archivio fotografico della Fondazione Sella ne è una prova. Si tratta di una perla rara, uno scrigno di meraviglie, un milione di immagini scattate a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, senza contare gli oltre due chilometri lineari di testimonianze cartacee.

Negli spazi settecenteschi affacciati sul torrente Cervo, c’è qualcosa di magico che va al di là della vastità dei materiali conservati. Un legame profondo con il luogo e con la famiglia Sella che nel 1980 ha creato la fondazione per meglio tutelare e valorizzare il patrimonio morale e creativo messo insieme dagli antenati. Giusto per fare qualche nome, parliamo di Quintino Sella (1827-1876), scienziato, statista e per tre volte Ministro delle Finanze; del fratello Giuseppe Venanzio Sella (1823-1876) studioso di chimica, autore del primo trattato di fotografia in Italia e imprenditore nel lanificio fondato dal padre Maurizio; di Vittorio Sella (1859-1943), figlio di Giuseppe Venanzio, tra i grandi pionieri dell’alpinismo invernale, colui che ha portato la fotografia in alta montagna (e non stiamo parlando di scattare con uno smartphone!); ma anche di Gaudenzio Sella (1860-1934), fondatore nel 1886 insieme a fratelli e cugini di quello che oggi si chiama Sella, ed è il più grande gruppo indipendente bancario italiano. Uomini fuori dal comune, visionari capaci di unire pragmatismo e passione, coraggiosi nell’intraprendere nuove vie, che si trattasse di industria, politica o scalate, curiosi del mondo, delle scienze, delle innovazioni, eppure profondamente legati alla natura, al territorio, quel biellese che noi locals troppo spesso sminuiamo.

Le foto di montagna di Vittorio Sella sono probabilmente le più famose a livello internazionale perché dal 1879 fino alla fine degli anni ’30 del Novecento ha scalato praticamente tutte le vette alpine, per poi affrontare spedizioni in Caucaso, in Alaska, Ruwenzori e Karakorum, sempre portando con sè la pesantissima attrezzatura fotografica e immortalando scenari fino ad allora sconosciuti al mondo.

Nel vederle per la prima volta così da vicino, mi sono immaginata quali emozioni quell’uomo dallo sguardo severo potesse aver provato. Aveva la percezione di quanto le sue inquadrature in bianco e nero avrebbero significato nel futuro, o stava solo sfogando la voglia di sperimentare con uno strumento allora avveniristico? Una volta rientrato a casa, magari indugiava davanti alle stampe, ripensava alle rocce, alla neve, al vento. Forse solo là in cima si sentiva libero da impegni, onori e oneri e quello era il suo modo di trattenere un sentore di assoluta libertà anche in mezzo alla gente.

Resterei ore a fantasticare, continuo a domandarmi come fosse possible andare in quota con indosso completi di lana con tanto di panciotto che oggi sarebbero così chic. Vedo Walter Bonatti e gli altri membri della spedizione che conquisterà il K2 nel 1954 consultare proprio le sue foto per studiarne l’ascesa.

Eppure non sono quelle le foto che più mi colpiscono. Nel pomeriggio passato in archivio, è la presidente, Angelica Sella, a mostrarmi degli scatti inaspettati. Innanzitutto mi piace che oggi sia una donna a vegliare sull’eredità culturale della famiglia. Ha l‘eleganza di un bucaneve in primavera e una dedizione totale al motto della fondazione, Coniungit et Servat, ossia creare un ponte tra passato e futuro, custodendo la memoria in quanto bene comune. In particolare, apprezzo il suo voler condividere con me delle immagini di intimità familiare.

Questa è la magia, perché a differenza di tante e illustri istituzioni, lì resta tangibile il coinvolgimento emotivo dei Sella. È vero che si tratta di materiali consultabili (basta richiedere un appuntamento, compilando il form presente sul sito), ma sono mille gli aneddoti legati a ognuno. Sto ad ascoltare ed è come sentire il vociare dei bimbi ritratti mentre giocano su di un laghetto ghiacciato. In un battito di ciglia, sono sulla nave che porta Vittorio e qualche altro membro della famiglia in Marocco, per poi finire nel Klondike, insieme a un altro Sella, sopravvissuto al naufragio della nave diretta in America dov’era rimasto intrappolato il fratello.

D’improvviso la Storia con la S maiuscola si mescola con la storia delle persone, uomini, donne, fanciulli, infanti che prima di me hanno camminato per via Italia, hanno spalancato la finestra appena svegli per salutare il Monte Mucrone, sono andati lontano con la consapevolezza di chi sa da dove viene.

Quelle foto sono vive, mi parlano e io mi riconosco in loro, anche se una Sella non sono e a pattinare sul ghiaccio sono una frana. Mi restituiscono il fluire del tempo, il segno che ognuno di noi vuole lasciare nel mondo e un senso di appartenenza alla mia terra, certo, e all’umanità tutta.

Cristina Manfredi
Cristina Manfredi

Sono una giornalista di moda e mi puoi leggere su Vanity Fair, Marie Claire, L'Officiel, Style Magazine del Corriere della Sera, F, Affari & Finanza di La Repubblica. Prima di entrare nel mondo del giornalismo, ho lavorato per grandi realtà del settore. La mia passione per il vintage mi ha anche portata, agli inizi degli anni 2000 a partecipare a un allora pionieristico progetto di upcycling. Sono anche docente IED - Istituto Europeo di Design dove insegno Fashion Journalism nei corsi Master.

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