Nel giardino di Dries Van Noten

Nel giorno dell'addio alla moda di Dries Van Noten, ricordo la giornata passata insieme nel giardino della sua villa appena fuori Anversa

Oggi per me è la fine di un’era. Tra poche ore lo stilista belga Dries Van Noten salirà in pedana a prendersi gli applausi a fine sfilata per l’ultima volta, perché a 66 anni ha annunciato il suo ritiro dalle scene. Sai che roba, direte voi, mica è tuo fratello. No, ma è uno dei motivi per cui ho capito che nella moda c’era posto anche per me.

Se avete l’abbonamento al New York Times, leggetevi la bellissima intervista rilasciata qualche giorno fa a Vanessa Friedman e fatelo anche se non ve ne frega una cippa di moda, perché è un bell’esempio di qualcuno che per il bene della propria azienda sceglie di tirarsi indietro, accettando la sofferenza di perdere il controllo di ciò che ha fondato e fatto crescere con abnegazione. Invece io vi racconto il mio Dries, la giornata particolare che qualche anno fa abbiamo trascorso insieme nel giardino della sua incantevole casa appena fuori Anversa.

Un’intervista programmata con me e saltata all’ultimo per causa di forza maggiore aveva convinto il suo allora direttore della comunicazione Patrick Scallon a farmi una proposta incredibile: «Tu e il tuo direttore perché non venite a cena a casa sua ad Anversa? Dal momento della proposta all’organizzazione del viaggio era cambiato il direttore e lui, irlandese dal cuore grande, per non creare imbarazzi aveva deciso di invitarli tutti e due. Il volo in ritardo di ore non ci aveva tolto il sorriso da liceali in gita, dall’aeroporto eravamo andati diretti nel suo quartier generale per la famosa intervista, dopo di che, un rapido cambio in hotel che Dries e il suo compagno di vita e di lavoro, Patrick Vangheluwe, ci aspettano da loro per le cinque.

Patrick mi aveva accennato a una passeggiata in giardino, ma secondo voi, io mi sarei mai presentata a casa di uno dei miei fashion heroes con le scarpe da tennis? Il look era stato studiato con attenzione: abito da cocktail second-hand nero con piccoli puntini dorati e con gonna raccolta su di un fianco per creare un morbido drappeggio comprato a 20 euro da abbinare a sandali-plateau con listini di vernice nera e tacco in raffia, roba da 12 centimetri di tacco che se li mettessi adesso mi schianterei al terzo passo. Diciamocelo, avevo stile, il mio stile, non troppo tirata, ma nemmeno dimessa, uno di quei rari momenti in cui sentirsi ragionevolmente figa. Dries e Patrick ci accolgono sulla soglia e scopriamo subito che loro sono più agitati di noi. Non sono abituati alle “cene della moda”, non frequentano i locali cool, non chiamano tutti tesoro, dispensando baci a destra e manca. «Allora siete pronti a visitare il giardino? Faremo una passeggiata di un’ora e mezza così ve lo mostriamo con calma». All’epoca trottavo sui tacchi dal mattino alla sera, ma era impensabile affrontare quel percorso sui trampoli. Se avessi potuto smaterializzarmi, giuro, l’avrei fatto. Mi aspettavo una reazione scocciata/schifata tipo ma ‘sta cretina come si è conciata, certo non che Dries mi chiedesse il numero di scarpa prima di sparire in un’altra stanza. Tempo due minuti e ricompare con un paio di Hunter boots di gomma nuovi di pacca e dei calzettoni colorati: «Così starai più comoda», mi dice con un sorriso timido. Mi cambio e via che scorrazzo felice in un tripudio di rose e una quantità di fiori fantastici di cui non so più dire il nome. Van Noten è all’apice della sua carriera potrebbe fare il fenomeno e nessuno gli direbbe beh. Ricordo invece il genuino orgoglio nel raccontarci di come avessero salvato la villa e il giardino che la circonda dall’abbandono in cui versava. L’amore che provavano per ogni singola pianta, la cura con cui avevano fatto restaurare il piccolo cottage dove potevano soggiornare i loro genitori in visita. E il mio infinito senso di gratitudine nel poter respirare tutta quella bellezza. È quasi ora di cena, la luce del tramonto rende tutto più dolce, rientriamo in casa e una musica di pianoforte si spande tutto intorno mentre dalle finestre spalancate la brezza si diverte a scompigliare le tende. «È un film, è un film, è un film», mi ripeto nella testa, «è un film e noi siamo le ignare comparse, non è possibile che stiamo vivendo una giornata così».

Sediamo a cena, la conversazione all’inizio stenta, io sfodero le tecniche di quando, al mio primo lavoro, mi capitava di andare a cena con schiere di colleghi giapponesi stonati dal jet-lag e inabili all’inglese e pian piano ci rilassiamo tutti. Addirittura dopo il dolce Dries e Patrick ci svelano uno dei loro passatempi preferiti: al piano di sotto radunano piastrelle antiche recuperate nei mercatini per poi creare nuovi motivi mettendole insieme. Ormai è tardi, l’autista ci aspetta sul vialetto, come delle Cenerentole dobbiamo andarcene prima che la carrozza ritorni zucca.

L’indomani ricevo un messaggio da Scallon: «Grazie per il tuo entusiasmo, non avevo mai visto Dries ridere con della stampa», a tutt’oggi uno dei complimenti che conservo nel cuore. Rispondo con una sfilza di thank you e intanto mi domando se loro si rendono conto del regalo che hanno fatto a me. Quel giorno ad Anversa mi hanno dimostrato che il successo non per forza deve fare rima con eccesso.

Cristina Manfredi
Cristina Manfredi

Sono una giornalista di moda e mi puoi leggere su Vanity Fair, Marie Claire, L'Officiel, Style Magazine del Corriere della Sera, F, Affari & Finanza di La Repubblica. Prima di entrare nel mondo del giornalismo, ho lavorato per grandi realtà del settore. La mia passione per il vintage mi ha anche portata, agli inizi degli anni 2000 a partecipare a un allora pionieristico progetto di upcycling. Sono anche docente IED - Istituto Europeo di Design dove insegno Fashion Journalism nei corsi Master.

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