E così Trump ha vinto. Negli Stati Uniti d’America la maggioranza delle persone pensa sia meglio un leader egoriferito, rissoso, razzista, classista e qui mi fermo perché mi prende il magone, al posto di una donna che parla di unità e dialogo (anche se poi ridendo dice che ha una pistola e se qualcuno le entra in casa, lei spara).
L’analisi politica non mi compete, mentre una riflessione noi donne la dobbiamo fare.
Nel 2024, in molti ci ritengono inadatte a governare una potenza mondiale. Certi mariti o fidanzati si dilettano nell’avvelenarci, accoltellarci con delle forbici da cucina, buttarci giù da un terrazzo. Le aziende per cui lavoriamo continuano a pagarci meno dei colleghi maschi e se da madri diciamo che ogni tanto i figli ci pesano, la società (donne incluse) ci guarda come se fossimo dei mostri.

Abbiamo ragione di essere incazzate? Hai voglia, solo che non basta, anzi ci ritorna contro.
La sera delle elezioni americane, insieme alla nuova amica Veronica siamo andate in uno dei posti più cool di Milano, la libreria Gogol & Company di piazza Berlinguer, ad ascoltare l’intervento di Ferdinando Cotugno. Giornalista, ex-collega e persona molto per bene, dopo un viaggio in Artide ha sentito l’urgenza di affrontare e divulgare le tematiche ambientali, su cui argomenta con equilibrio e arguzia. Sul finire dell’incontro salta fuori un tema, all’apparenza lontano dalla triste storia degli albatross che divorziano (sono la specie più monogama del creato) perché, a causa della crisi climatica, il maschio per trovare cibo sta via sempre più tempo.
Secondo Ferdy, a monte della complessa realtà attuale c’è il grande rifiuto del maschile che, disorientato dalla perdita di modelli comportamentali, preferisce aggrapparsi a un patriarcato vetusto ma quanto meno conosciuto.
Sentirlo dire da un uomo, bianco, eterosessuale mi conferma quanto rimuginavo da tempo. Oltre a fare la differenziata, abbassare il riscaldamento, diminuire il consumo di carni rosse, ponderare meglio lo shopping e scegliere banche non fossili (questa l’ho imparata proprio da Cotugno: domandiamoci come investe i nostri soldi la banca a cui ci appoggiamo), abbiamo un compito ancora più grande: definire una nuova idea di maschile, in cui gli uomini si sentano a proprio agio, non perché prevaricano, ma perché sono.

La cancel culture è una pratica assurda nel suo tentativo di riscrivere il passato in base alla sensibilità odierna. Peggio ancora, stabilisce giudici, giudicati e colpe, scatenando una reazione a catena. Mi ribello a te che mi dipingi come un orco e ti rimetto al tuo posto, come facevano i nonni, gli zii, i padri (e spesso fanno ancora).
La frase shock di Trump: “Proteggerò le donne, che a loro piaccia o meno“, gravida di paternalismo e misoginia mi aveva lasciata senza parole. Come fa uno nel 2024 a spararla così grossa? Cosa gli fa pensare di poter decidere per me? Ripenso alle parole di Ferdinando e mi dico che probabilmente a Trump dell’aborto in sé non gliene frega, però quello è il suo modo di tirare indietro le lancette del tempo, di rimetterci al nostro posto, riportarci alla modalitá Barbie stereotipo.
Stando così le cose, a noi donne in primis tocca di contrastare leggi e leader deliranti. Ma non possiamo concentrarci solo sulla lotta, limitarci allo scontro, un terreno peraltro in cui gli uomini primeggiano dalla notte dei tempi.
Dobbiamo trasformare la nostra sacrosanta, indiscutibile e pachidermica incazzatura in una radicale ricerca di senso, per noi stesse e per il maschile.
Dobbiamo trasformare la nostra pachidermica incazzatura in una radicale ricerca di senso. E dobbiamo farlo CON gli uomini, non contro di loro
E dobbiamo farlo CON gli uomini, non contro di loro. La narrazione contemporanea delle “bambine ribelli” è servita a risvegliare una coscienza di sé, troppo spesso soffocata dai gattini di Instagram. Adesso dobbiamo fare un salto quantico che non so bene cosa significhi nella scienza ma mi dà tanto l’idea di una roba pazzeschissima. Trasformiamo la rabbia in creatività, progettiamo un altro modo di essere per il maschile, non per imposizione ma perché saranno gli uomini a volersi smarcare da un modello faticoso in primo luogo per loro.
Fronteggiare la crisi climatica, in confronto, sembra un gioco da ragazzi, però ci dobbiamo provare. Più di mille rivendicazioni, io mi riconosco nella battuta di Barbie, il film diretto da Greta Gerwig: It’s not Barbie & Ken. It’s Barbie AND IT’S Ken. In quell’indicativo presente del verbo essere c’è la chiave per una donna presidente a Washington e non solo.

N.B: Tutti i dipinti che arricchiscono questo articolo sono opera dell’artista Xenia Gray.
Xenia è un’artista figurativa contemporanea che lavora principalmente con tecniche miste, tra cui olio, acrilico e carboncino. Affascinata dai sentimenti inespressi e dalle cose non dette, Xenia esplora le emozioni attraverso i dipinti del corpo umano.
Xenia è cresciuta in Siberia all’indomani del crollo dell’Unione Sovietica e il suo senso del colore e dell’estetica è fortemente influenzato dall’ambiente industriale della sua città natale. Xenia è entrata in una scuola d’arte locale all’età di nove anni e ha continuato la sua formazione artistica a San Pietroburgo, dove ha conseguito un Master in design pubblicitario presso l’Università statale di tecnologia e design di San Pietroburgo. Si è trasferita negli Stati Uniti nel 2010. «L’arte è per me un canale, attraverso il quale posso esprimere le mie emozioni, essere visto e compreso da un osservatore».



