È quasi domenica / Tutto quello che abbiamo (grazie Luna Rossa)

Nel giorno della sconfitta di Luna Rossa Prada Pirelli alla Louis Vuitton Cup, grazie al team per averci insegnato a dare tutto. A prescindere dal risultato

Come vi sentireste voi se, dopo tre anni e mezzo di impegno spasmodico per raggiungere un obiettivo, vi sfumasse tra le mani? Da schifo, e suppongo che ora alla base di Luna Rossa Prada Pirelli a Barcellona staranno più o meno così. Skipper, timonieri, trimmer, cyclor, coach, progettisti, tecnici, personale amministrativo, ufficio stampa, cuochi, steward, hostess, baristi e chiedo scusa per chi sto dimenticando, avranno il morale sotto le scarpe per aver perso contro Ineos Britannia la finale della Louis Vuitton Cup, ovvero la serie di regate da vincere per sfidare i detentori della storica Coppa America, i neo-zelandesi di Emirates.

Anche io sono tutta mogia, sebbene il mio sforzo più grande per contribuire alla causa si sia risolto in due sveglie antelucane per salire sul Milano-Barcellona delle 7 di mattina. Qui, potete leggere il racconto dell’esperienza fatta per La Gazzetta dello Sport. Erano gli inizi di settembre, Luna Rossa stava per garantirsi l’accesso alla finale della Louis Vuitton Cup e in tanti, non solo in Italia, iniziavano a pensare che avrebbero potuto farcela. Non è andata così e deve fare un male boia prenderne atto.

Sono tornata alla base come pura tifosa nei giorni scorsi insieme a chi mi ha fatto scoprire la magia della vela e all’amica Barbara a cui ripeterò all’infinito grazie grazie grazie. Abbiamo vissuto insieme alla squadra l’esaltazione del 4 pari dopo il quasi disastro della regata in cui hanno dovuto ritirarsi per danni alla barca e, l’idomani, la frustrazione per le due gare perse di fila, preludio del match decisivo di oggi. Mi sono chiesta il perché di questo mio fervore se a tutt’oggi in barca so fare solo da zavorra. Perché questa mattina mi sono presentata a un appuntamento di lavoro con la T-shirt di Luna Rossa sotto la giacca (e vi ricordo che lavoro nella moda, non in un cantiere nautico)?

Mi affascinano il gesto atletico, l’audacia tecnologica, il sangue freddo in situazioni in cui io principalmente mi metterei a urlare, smadonnare, piangere. Amo l’adrenalina della competizione, l’umanità grondante di tutti i membri del team, in contrasto con la flemma dell’unico straniero James Spithill, l’australiano che parla col contagocce (ma quando parla, passa alla storia con il suo #daicazzoboys). E quel far parte di una cosa grande.

Il senso di appartenza è portentoso, quando non sporcato da razzismo, xenofobie, ostilità verso ciò che è l’altro e son poche le volte in cui lo provi davvero. Per dire, mercoledì sera in aeroporto a Barcellona non c’era tanto da stare allegri se tifavi Luna Rossa. Nel pomeriggio ci eravamo beccati le due pappine preludio della sconfitta odierna, quindi avremmo anche potuto toglierci i cappellini e nascondere negli zaini le bandiere che avevamo sventolato. Invece il gate pullulava di insegne del team e quando gli sguardi si incrociavano, scattava un cenno d’intesa.

Se sono una groupie fuori tempo massimo di Max Sirena, Jimmy Spithill, Checco Bruni, Ruggero Tita, Marco Gradoni, Umberto Molineris, Andrea Tesei, Vittorio Bissaro, Enrico Voltolini, Emanuele Liuzzi, Bruno Rosetti, Paolo Simion, Cesare Gabbia, Luca Kirwan, Mattia Camboni, Romano Battisti, Nicholas Brezzi Villi e di tutto il team è perché spero di imparare da loro. Voglio capire come si fa a dare tutto, giorno dopo giorno. Servono quintalate di determinazione, costanza, fatica, pazienza, capacità di fare squadra mettendo da parte il proprio ego. Negli anni ho visto gente scannarsi per delle inezie, peggio ancora ho incontrato campioni mondiali del “Non è colpa mia, toccava a lui/lei/loro”, fenomeni dell’armiamoci e partite. E quel che è peggio, probablimente l’avrò fatto anch’io di cercare, scuse, colpevoli, scappatoie.

A gente come me, che magari si tira indietro per paura di non farcela, di non essere all’altezza, di fare una figuraccia, l’epopea di Luna Rossa racconta una storia diversa. Quella di gente pronta a dare tutto, senza avere la certezza del risultato. La grandezza di Luna Rossa va oltre la sconfitta sul campo, per quanto dolorosa. Niente fregnacce motivazionali del se vuoi, puoi. Puoi farti un mazzo tanto, prepararti fino allo sfinimento, avere la consapevolezza delle tue potenzialità e non farcela.

La storia dell’importante è partecipare mi ha sempre fatto girare le scatole. Ho sempre pensato che contasse vincere e lo penso ancora, solo sto ridefinendo il concetto di vittoria. Ti girano, ti girano eccome, se perdi una coppa che sapevi essere alla tua portata. Ma sei e resterai vincente se sarà la misura del tuo impegno e non il risultato in sè a definirti davanti allo specchio.

Tra i tanti reel pubblicati sull’account IG di Luna Rossa, uno inizia con la voce di uno dei due timonieri, Checco Bruni, di sicuro un incitamento pre-regata: «Ragazzi, ve lo dico ma… tutto quello che abbiamo eh».

Grazie Luna Rossa per queste settimane di passione, gioia, palpitazioni. Grazie per i dock out e dock in da pelle d’oca. Grazie per le vittorie da incorniciare. Grazie per le vostre fenomenali esclamazioni a bordo (sorry anglofoni, anche se ve le traducessimo, non potreste cogliere la meravigliosa italianità di un «San Gennaro è grande»). Grazie per aver dato tutto quello che avevate.

Le delusioni passano. Le emozioni restano. E da domani si ricomincia a sognare. Ancora più forte.

Cristina Manfredi
Cristina Manfredi

Sono una giornalista di moda e mi puoi leggere su Vanity Fair, Marie Claire, L'Officiel, Style Magazine del Corriere della Sera, F, Affari & Finanza di La Repubblica. Prima di entrare nel mondo del giornalismo, ho lavorato per grandi realtà del settore. La mia passione per il vintage mi ha anche portata, agli inizi degli anni 2000 a partecipare a un allora pionieristico progetto di upcycling. Sono anche docente IED - Istituto Europeo di Design dove insegno Fashion Journalism nei corsi Master.

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