New York anni ’90, prime volte in città, prime volte negli States. Adesso voi ragazzi la fate facile, rimbalzate da una parte all’altra del mondo come se vi beveste un caffè, allora credetemi l’America la vedevamo soprattutto in TV. Io ero fortunatissima due volte, primo perché ero lì, secondo perché lì conoscevo qualcuno. Niente cellulari, almeno non per dei ragazzi, niente app o recensioni sui posi da visitare/esplorare/evitare. Avere a Manhattan qualcuno che ti sapesse guidare era una manna dal cielo. Sandro, poi, non era “qualcuno” era un avamposto di garbo sabaudo che già così ti faceva sentire al sicuro dopo le mille raccomandazioni dei genitori: «Perché New York è pericolosa». In più era meravigliosamente fuori registro, uno sbiellato puro, intelligentissimo, ironico, curioso, uno che sapeva mille cose assurde e te le raccontava come fossero fiabe. E che ti faceva ridere talmente tanto da avere male alle mascelle. Ci eravamo incontrati a una festa, ricordo solo una sera d’estate, una piscina in mezzo al prato e una raffica di racconti esilaranti su di lei, the one and only Renata, detta Renée, ovvero la sua Mamma che non ho mai incontrato ma che dal quel momento era diventata per me un personaggio quasi mitologico.

Non siamo mai diventati amici intimi, ci incrociavamo di quando in quando e ogni volta era una festa. In quanto a sbiellatura anche io mica scherzavo, avevo una missione importantissima da completare durante quel soggiorno: comprarmi un paio di stivali da cowboy. Ora, lo so anch’io che non è il tipico souvenir che ci si porta a casa dalla Grande Mela, io però in Texas non ci potevo arrivare e quindi o New York o nisba. Dopo i saluti festanti in Washigton Square (volete mettere il livello di figaggine, vedersi al Villagge, anziché ai tavolini del baretto in via Italia) svelo le mie intenzioni: «Sandro, dove lo trovo un negozio di texani?» e lui, serafico, risponde: «So io dove andare». Camminiamo, parliamo, ça va sans dir, ridiamo finché arriviamo nel paradiso dei texani downtown, roba da far commuovere John Wayne. Stabiliamo un budget e via che si provano stivali di tutte le fogge, Sandro osserva, commenta, suggerisce, mentre io sono tutta intenta a memorizzare la lezione di camminata coi cowboy boots impartitami dal commesso, che generosamente mi ha regalato un paio di calzettoni. «Devi prima slanciare in avanti la punta, poi appoggiare il tacco, sennò rischi di cadere». Ne scelgo un paio quasi sobrio, sono neri con i gambali percorsi da inserti a contrasto bianchi e rossi, sgancio i dollaroni e via che ce andiamo a zonzo. Sandro è un giovane gentiluomo d’altri tempi, mi sfila il bustone dalle mani e se lo porta appresso tutta la giornata, manco fosse stato lui a fare shopping. Prima di sera ci sediamo su di una panchina e io non resisto, anche se fa caldo, mi sfilo i sandali e calzo i miei texani. Riprendiamo a passeggiare e di colpo capisco perché nei western i cowboy hanno un incedere così speciale, non puoi far diverso con quei tacchi e quelle punte. Sandro mi offre il braccio per le prime falcate, poi prendo sicurezza e in quel momento, giuro, mi sento padrona del mondo. Sono a New York, con Sandro, e indosso gli stivali dei miei sogni in una giornata di sole: niente può fermarmi. È ora di salutarsi, Sandro deve andare al lavoro e io rientrare in hotel. Mi accompagna fino all’ingresso della Subway, chissà quando ci rivedremo, ma che importa, sarà sempre una gioia. Infilo le scale e al quarto gradino, dimentica della lezione di camminata, inciampo, ondeggio paurosamente e solo un gran colpo di reni mi evita di ruzzolare per tutta la rampa. Dignità e e osso del collo sono in salvo, peccato non ci sia ancora Sandro, ci saremmo spaccati dal ridere.
Milano 2024. Sandro non c’è più. Un messaggio di prima mattina mi porta la tristissima notizia. Chiamo subito l’amica che mi ha avvisata, ho bisogno di condividere il dispiacere, sembro mia mamma quando da ragazzina e al telefono la sentivo commentare la morte di qualcuno. Ripenso alla toccata e fuga fatta l’altro giorno a Venezia per abbracciare gli amici Andrey e Tanya nel giorno in cui inaguravano la loro prima personale in Laguna. Avevo quasi rinunciato ad andarci, non trovavo i biglietti, oppure li trovavo cari come il fuoco. Se esistesse il Ministero Complicazione Affari Semplici, io sarei il capo supremo, la gran visir delle improvvisazioni che ti incasinano la vita. Ho passato 24 ore a correre. Per fare due appuntamenti prima di andare in Centrale; per lasciare lo zaino e fiondarmi – SOOORPRESAAA – all’inaugurazione; per arrivare in tempo al treno che mi riportava a Mestre dove avrei dormito; per fare l’allenamento previsto dal coach l’indomani all’alba; per rientrare a Milano e da lì fiondarmi a un’intervista. La sera avrei dovuto ancora fare yoga ma mi sono arresa. Se non fossi andata, loro l’avrebbero capito, sarebbe stata la cosa più saggia, non avrei sottratto tempo alla scrittura da recuperare nel weekend. E non avrei fabbricato ricordi. Il rossore sulle gote di Tanya quando mi ha vista entrare. L’affetto impacciato con cui Andrey mi ha abbracciata. L’emozione nel partecipare di una notizia bellissima che li riguarda. Forse quando toccherà a me cambiare dimensione, Tanya e Andrey ricorderanno quel giorno e io vivrò in loro, proprio come tu ora Sandro in me.



