È quasi domenica / Gli eroi della moda

La festa per i 10 anni di Lemon, store uomo a Lugo, diventa spunto di riflessione: quanto coraggio ci vuole oggi ad avere una boutique?

E così anche l’estate 2024 ce la siamo vissuta. Amo settembre, mi piacciono da pazzi quelle giornate terse, con il sole ancora caldo e l’arietta frizzantina, mi piace ritrovare gli amici e i colleghi di rientro alla base dopo esserci tutti sparpagliati in giro per il mondo. Toh, esagero, son pure contenta di ricominciare la rumba delle deadline, dei pezzi scritti alle cinque di mattina, della fashion week per cui rimbalzi da una parte all’altra della città tra sfilate e presentazioni. E nonostante gli anni che passano ho ancora voglia di inventarmi qualche look sfizioso per il tour de force delle passerelle. Per esempio, tra un paio di giorni inizieranno gli show donna per la Primavera-Estate 2025 a Milano e già so che li affronterò con una borsina comprata la settimana scorsa in Romagna.


Niente di pregiato, giusto una pochette nera con tracolla di Rains, un marchio danese specializzato in abbigliamento e accessori anti-pioggia. Mi ha attratto la sua superficie perfettamente liscia e opaca, dubito però che l’avrei comprata se non l’avessi presa in mano scoprendone il tocco strutturato e morbido allo stesso tempo, se chi me l’ha venduta non mi avesse spiegato le sue caratteristiche, insomma se non fossi entrata in un negozio dove qualcuno ci aveva messo tempo, soldi, passione e impegno nel selezionarla per me.
Un articolo di Milena Bello letto su Pambianco News descrive uno scenario deprimente per il lusso con le analiste di Barclays intente a spiegare quanto il rallentamento del mercato del lusso cinese sia ormai da considerare strutturale. Dopo anni di crescita galoppante, in Cina il pubblico ha deciso di darsi una regolata in fatto di shopping, alla faccia dei big brand che su quelle spese pazze basavano una fetta consistente dei loro fatturati. Nel frattempo, in Italia l’universo delle boutique multimarca arranca e sono sempre di più le attività chiuse definitivamente perché schiacciate da margini risicati e dalle imposizioni di budget impegnativi da parte dei marchi che altrimenti negano l’accesso agli ordini di stagione. Diciamocelo,

ci vuole coraggio a mandare avanti una boutique oggi e sarebbe ora che il sistema moda riservasse più attenzioni a chi nella moda ancora ci crede.


La mia borsina da meno di 100 euro l’ho comprata da Lemon, lo store aperto undici anni fa a Lugo da Marco Ghetti sfruttando la bellissima volta affrescata dell’androne della casa di famiglia. È un negozio da uomo, con qualche piccola incursione di accessori da donna curata dalla moglie Valentina Rivalta e da quando ha iniziato, Ghetti è restato fedele alla sua idea: selezionare capi di qualità, stilosi e a un prezzo equilibrato per una clientela che conosce e osserva giorno dopo giorno. Che novità direte voi, non dovrebbe essere sempre così? Sì, in un mondo in cui il buying fosse ancora pensato per vestire chi entra nel tuo negozio. L’avvento dell’e-commerce ha fatto saltare molte consuetudini, rendendo noi clienti pigri, impazienti, capricciosi. Perché andare in boutique a provare un pantalone quando certi e-tailer ti fanno arrivare a casa dieci pezzi da misurare, tanto il reso è gratis alla faccia dell’inquinamento ambientale?
Non diventi ricco se hai uno store da uomo in una piccola città lontana dall’incoming di turisti e viaggiatori. Stai in piedi, fai quadrare i conti, buona parte di ciò che guadagni lo reinvesti per migliorarti, finché un giorno ti svegli e il covid costringe il mondo in casa. Oppure hai l’acqua in negozio che il fiume ha rotto gli argini e mezza Romagna è scivolata nell’incubo. Come tutti, ti infili gli stivali di gomma, spazzi via il fango e ricominci.
Sabato scorso Lemon ha suggellato i dieci anni di attività (dopo che l’alluvione del 2023 aveva costretto a cancellare ogni piano) con una festa di piazza in puro Romagna style. Impianto audio da fare invidia al Cocoricò dei tempi d’oro, house music a palla, invito aperto a tutti, bambini e vecchietti inclusi.

Mentre ballavo feliciona sotto cassa il mio pensiero di gratitudine è andato a tutti i Marco Ghetti che in Italia e non solo continuano ad amare così tanto la moda. Sono degli eroi dello stile, gente ancora convinta dell’importanza di una giacca tagliata a pennello, di una camicia in cotone croccante, di un pantalone ben rifinito. Sono loro la più autentica porta d’ingresso all’universo fashion, quelli che vogliono vendere, sì, a patto di darti qualcosa che ti faccia stare bene.
Parlo con i big e le parole ripetute di continuo ultimamente sono customer engagement e shop experiences, come se d’improvviso avessero realizzato che esistono persone dotate di un corpo e non solo account social da bombardare di contenuti. I Marco Ghetti di ogni dove ce l’hanno l’affaccio su Instagram, l’e-commerce e via dicendo, semplicemente non hanno mai smesso di fare il mestiere che sognavano, aiutare i clienti a raccontarsi attraverso ciò che hanno indosso.

Cristina Manfredi
Cristina Manfredi

Sono una giornalista di moda e mi puoi leggere su Vanity Fair, Marie Claire, L'Officiel, Style Magazine del Corriere della Sera, F, Affari & Finanza di La Repubblica. Prima di entrare nel mondo del giornalismo, ho lavorato per grandi realtà del settore. La mia passione per il vintage mi ha anche portata, agli inizi degli anni 2000 a partecipare a un allora pionieristico progetto di upcycling. Sono anche docente IED - Istituto Europeo di Design dove insegno Fashion Journalism nei corsi Master.

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