Balenciaga: e se fosse colpa di tutti?

Balenciaga nella bufera per le foto shock con bambini. Kim Kardashian prende le distanze dal brand, ma forse tutto il sistema moda è in qualche modo responsabile.

Per chi se li fosse persi, ecco i fatti. Qualche giorno fa, Balenciaga presenta Balenciaga Objects, ovvero una serie di prodotti extra moda, dalle porcellane al petwear, passando anche per dei mobili su misura. Fin qui tutto bene, le redazioni di mezzo mondo si affrettano a pubblicare la notizia in perfetto timing pre-natalizio, accompagnata dalle immagini scattate per la griffe dal fotografo italiano Gabriele Galimberti, vincitore nel 2021 del World Press Photo per la categoria Portrait Stories, insomma non proprio uno sprovveduto.

Balenciaga Objects: la campagna shock

Gli scatti ritraggono dei bambini che stringono a sé degli orsetti “vestiti” con oggetti che appartengono al mondo del bondage / sadomaso e in breve tempo sul social (e non solo) si scatena il putiferio. La maison subito si scusa, poi ritira le immagini e mentre la polemica continua a infuriare arriva Kim Kardashian – vicinissima al direttore artistico Demna Gvasalia che l’ha più volte voluta come protagonista di campagne, show, oltre a vestirla spesso e volentieri per eventi e apparizioni – la quale prende le distanze dalla griffe, definendo le immagini inquietanti e dichiarando inaccettabile «qualsiasi tentativo di normalizzare gli abusi sui minori di qualsiasi tipo».

Premesso che il concept della campagna è davvero inaccettabile, al mondo della moda, e non solo ai vertici del marchio del gruppo Kering, tocca qualche riflessione. Così com’era accaduto in passato con l’affaire Dolce & Gabbana sbarcati in Cina con dei video ritenuti offensivi dalla popolazione locale tanto da arrivare a far saltare la loro sfilata a Shanghai, ancora una volta sembra che la fashion people abbia una percezione alterata dei propri confini. Col senno di poi, ci si domanda come sia possibile che questo o quel brand non si sia accorto che stava andando troppo in là, ma la realtà è che tutto il sistema è talmente sollecitato da stimoli continui che si perde la capacità di distinguere tra provocazione e pericolo. Se nessuno in Balenciaga ha valutato i rischi a cui si espongono i bambini nell’associarli ad ammennicoli BDSM è perché manca all’intero sistema un freno d’emergenza, che una volta avremmo chiamato il senso della misura.

La moda è fatta per sfidare le convenzioni e rivoluzionare l’idea che ogni epoca ha del ben vestire e questo è un ruolo che si deve tenere ben stretto. Forse si deve invece ancora ben tarare su cosa significhi essere portatrice di valori e di messaggi che travalicano il trend della borsa così o delle scarpe cosà. Se poi a questi ci aggiungiamo le pressioni esercitate non solo dai manager, ma da tutti noi perché i brand ci stupiscano giorno dopo giorno, beh allora si, può succedere che nessuno si accorga di aver preso una cantonata colossale e abbia il coraggio di dire, no gli orsetti sadomaso proprio non ci stanno. 

Ora, a capo chino, Balenciaga deve raccogliere i cocci, ma in questo caso ciò che preoccupa non sono le ripercussioni sull’andamento della griffe (il caso Elisabetta Franchi dimostra che, passato il polverone mediatico, la clientela continua a comprare i suoi look infischiandosene delle sue affermazioni discutibili in fatto di donne e carriera). Se anche solo una persona si sentirà legittimata a considerare un bimbo come un oggetto sessuale dopo aver visto quella campagna, la moda tutta, non solo Balenciaga, dovrà fare qualcosa per proteggere l’infanzia.

Nella foto, Kim Kardashian in total look Balenciaga, al suo arrivo al Met Gala del 2021 a New York, accompagnata dal direttore artistico della griffe, Demna Gvasalia.

Cristina Manfredi
Cristina Manfredi

Sono una giornalista di moda e mi puoi leggere su Vanity Fair, Marie Claire, L'Officiel, Style Magazine del Corriere della Sera, F, Affari & Finanza di La Repubblica. Prima di entrare nel mondo del giornalismo, ho lavorato per grandi realtà del settore. La mia passione per il vintage mi ha anche portata, agli inizi degli anni 2000 a partecipare a un allora pionieristico progetto di upcycling. Sono anche docente IED - Istituto Europeo di Design dove insegno Fashion Journalism nei corsi Master.

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