È quasi domenica / Alleniamoci a ricordare

Seguo la diretta dei funerali di Aleksei Navalny e mi domando: avrei lo stesso coraggio di quella fila di gente che rischia di brutto a stare lì a volto scoperto?

A due anni dalla prima uscita su Marieclaire.it, la mia rubrica Un sabato qualunque, un sabato italiano si sposta sul mio sito personale che troppo spesso trascuro, anteponendo le storie destinate ad altri. Un ringraziamento va alla direttrice di Marie Claire, Manuela Ravasio, e a Fabrizia Mirabella, managing editor del sito di Marie Claire. Da oggi, se vi fa piacere, potremo ritrovarci qui. È quasi domenica, sarà lo spazio in cui fermarci a riflettere, ridere, ragionare, anche piangere. Senza vergognarci delle nostre fragilità, e con la convinzione che condividere con garbo esperienze e storie possa dare un piccolo contributo nel diventare la versione migliore di noi.

«E sai, Sergey… Ho continuato a leggere e ho pensato di condividere con te e di scriverti. Fin dai tempi della scuola noi abbiamo avuto l’impressione che le storie di Čechov siano cose piccole e semplici… Dopo aver finito Nel Burrone, ho fissato il muro con sguardo assente per cinque minuti… Avevi ragione tu, bisogna leggere i classici. Non li conosciamo!». L’ultima lettera, scritta da Aleksei Navalny prima di essere assassinato dal regime di Putin è arrivata all’ amico giornalista Sergei Parkhomenko il 13 febbraio. Non è una novità che per sopravvivere al carcere le persone si aggrappino alla letteratura. Dalle mie prigioni di Silvio Pellico al  bellissimo Non rivedrò più il mondo del giornalista e scrittore turco Ahmed Altan, la reclusione spesso ha fatto da cornice a grandi gesti letterari. Ma della terribile vicenda di Navalny, quell’ultima lettera scritta a mano su un foglio di carta a quadretti colpisce.

Durante le vacanze estive, i figli dei miei amici spesso si lamentano dei “mattoni” assegnati dai prof di italiano per la lettura e questo ci sta. Forse ci sta un po’ meno la condiscendenza con cui molti genitori solidarizzano, commentando su quanto ormai sia fuori luogo chiedere a un sedicenne di leggersi I ventitré giorni della città di Alba. Ho sempre detestato gli adulti che sminuiscono l’impegno dei ragazzi. Mi prudono le mani quando qualcuno attacca con: «Ai miei tempi, sì che…», però questo giro correrò il rischio di suonare come la vecchia carampana che sa tutto, ha fatto tutto, visto tutto, capito tutto e comunque sempre prima di te.

Mi emoziona pensare che Navalny dissertasse di un’opera di Anton Čechov così appassionatamente cinque giorni prima di essere ammazzato nella colonia penale IK-3, a duemila chilometri da Mosca. Certo doveva immedesimarsi nella storia del protagonista condannato a sei anni di lavori forzati in quella stessa Siberia dove si trovava lui, eppure nella lettera non fa riferimento a se stesso, non si auto-commisera (e ne avrebbe avuto ben donde). Scrive con l’entusiasmo che ti aspetteresti da un uomo libero, seduto nella poltrona preferita della sua biblioteca di campagna. Questo è il potere della letteratura, quello che ogni dittatura teme forse più delle proteste e degli agguati: leggere preserva la tua indipendenza morale, spirituale e intellettuale. Ma come tutte le cose, richiede metodo, applicazione, impegno.

Sono io la prima a imbambolarmi su Instagram quando potrei prendere in mano il kindle e scaricare l’ultima fatica di Baricco che voglio a tutti i costi leggere. So quanto quell’infinita sequenza di gattini, MotoGP, Joe Strummer, fashion week, Jannik Sinner, volpi in mezzo alla neve, conferenze filosofiche, Salmo, Beatles e coreografie di tango, salsa e bachata mi tengano inchiodata davanti allo schermo. Quando voglio – e per fortuna ancora voglio – so staccare da tutto, immergermi nel libro scelto per restarci dentro ore intere, perché fin dal giorno in cui sono riuscita a leggere da sola mi sono allenata al seguire il filo di una narrazione, a rallentare e accelerare a seconda del ritmo dell’autore, a soppesare, rileggere, sottolineare le parole che ho davanti agli occhi. Salto da un personaggio all’altro se la vicenda lo richiede, indugio pur di non arrivare troppo in fretta alla fine di una storia che tanto mi appassiona. Posso anche mollare a metà un libro che mi annoia, da quanto mi sento sicura delle mie capacità di lettrice. L’anno scorso ho riletto La coscienza di Zeno di Italo Svevo e più della storia in sé, mi ha commossa ricordare gli appassionati commenti al testo miei e di Carlotta nei nostri pomeriggi da liceali. 

Dio non voglia che a qualcun altro possa accadere quanto è successo a Navalny. Se però a un odierno Tik-Toker tra dieci anni togliessero la libertà, se lo spedissero ai margini del circolo polare artico, preserverebbe il suo animo ripetendo il balletto-tormentone di Mahmood e della sua Tuta Gold? E se, come rara concessione, gli ficcassero in mano libri malconci come quelli maneggiati da Navalny a cui erano strate strappate delle pagine, saprebbe viverli come un grandioso momento di libertà interiore?

L’altro giorno agli ospiti della sfilata parigina di The Row è stato chiesto di non scattare foto o riprendere in video le modelle in passerella. Che tenerezza leggere i commenti estasiati sotto ai post in cui si spiegava che le gemelle Ashley e Mary-Kate Olsen, fondatrici del marchio, hanno fornito ai presenti dei bellissimi taccuini su cui prendere appunti. Giù lodi sperticate sulla poeticità del carta e penna, che per noi giornalisti di lungo corso è stata la norma per tanto tempo. Credo di avere conservato alcuni dei quadernetti che riempivo furiosamente quando mi occupavo di recensire le sfilate, un inutile moto di affezione, perché se li riaprissi ora non ci capirei un tubo. In condizioni di calma, la mia calligrafia fa schifo, immaginatevi essere in prima fila da Saint Laurent e sapere di poter contare solo sulle proprie note per poter comporre il pezzo. Negli spostamenti tra uno show e l’altro spesso riscrivevo le parole che non avrei saputo decifrare nemmeno dopo un paio d’ore, poi mi fiondavo in redazione o in hotel e scrivevo a rotta di collo. Scomodo? Abbastanza. Faticoso? Certe volte mi fumava la testa. Emozionante? Sì, perché ero consapevole del grande privilegio di assistere di persona a eventi memorabili e della responsabilità di trasmetterli al meglio ai lettori. L’altro giorno mi sono guardata la sfilata di Prada in modalità relax. Non pensavo di doverla scrivere, quindi niente occhi da gufo, poi mi arriva il messaggio di uno dei colleghi più adorati: «Cri, posso chiederti di farla tu?». La cartella stampa non era ancora stata inviata e io sapevo di avere solo quel momento per lavorarci sopra. «Ok, dammi mezz’ora», ho risposto, ringraziando tutti quegli anni di allenamento mentale nel guardare, identificare, trattenere, raccogliere e trasmettere stimoli. Forse ho sbagliato nel riconoscere un tipo di stoffa e senza i virgolettati della signora Miuccia e di Raf Simons, ricevuti a pezzo ormai consegnato, il mio articolo suonava diverso dagli altri, il che, dal mio punto di vista, non è un male.

Mentre scrivo queste righe sto seguendo la diretta video dei funerali di Aleksei Navalny a Mosca. I commentatori parlano russo, perciò non capisco cosa dicono. Vedo invece una lunga fila di gente in attesa di rendere omaggio a colui che ritenevano l’unico in grado di contrastare seriamente Putin e la sua cricca. La giornata a Mosca sembra grigia come qui,  accesa solo dai colori dei fiori che molti hanno in mano. Per quel che vedo, ci sono persone di tutte le età, a tratti applaudono o scandiscono a gran voce NA VAL NY e mi domando: io avrei il loro stesso coraggio? Rischiano, rischiano di brutto a essere lì e lo fanno a volto scoperto. Il regime sa che quelle immagini le stiamo vedendo in tutto il mondo e forse oggi non faranno nulla, ma chi li assicura che da domani non parta una caccia all’uomo? 

Alleniamoci, alleniamoci a leggere, a scrivere e ad accettare la fatica che comportano. Alleniamoci a ricordare, perché se i giorni dovessero diventare ancora più bui, nessuno possa dire: «Non sapevo, non pensavo. Ho solo eseguito degli ordini».

Le foto che accompagnano questo pezzo sono state scattate a New York dalla cara amica Tanya Pinchuk che da diversi anni ha dovuto lasciare San Pietroburgo insieme al suo compagno, l’artista Kuril Chto, ripetutamente vittima di soprusi e vessazioni. Vi riporto qui di seguito le parole che ha voluto scrivere in inglese pochi giorni fa perché noi possiamo capire cosa prova.

For my English-speaking friends.

You’ve probably already seen the news that Alexei Navalny, the leader of the Russian opposition and Putin’s chief opponent, was killed in prison. The news of his death is on the front pages of all the world’s media.
Alexei Navalny was the most sympathetic politician in the history of modern Russia, he was a modern man, he spoke the same language as us young creative people, he was brave and courageous. Putin and his FSB agents had already tried to kill Alexei back in 2020, by means of the chemical weapon Novichok, but Alexei survived and even launched an investigation which uncovered all his would-be assassins and their criminal scheme. An Oscar-winning documentary has been made about this affair. Please watch it, it really is an amazing story. A story about the horrible and systematic violence employed by the Russian state, and about the man who opposed this. He was tortured in prison for three years and finally killed. Thousands of people in Russia have been bringing flowers to the memorials of victims of political repression over the last few days, as well as setting up spontaneous monuments and memorials of their own, but the police have been holding the crowds back, throwing the flowers, candles and posters in the garbage, and preventing people from gathering together to honour Alexei’s memory. Over 400 people have been detained and put in jail. All of which is quite simply inhumane! Alexei’s body has not been handed over to his relatives for burial, so even after his death they continue to abuse him.

I sincerely believed in Alexei and hoped with all my heart that he would become our president. Listening to him speak and watching him do what he did would never fail to convince you that this was the man who could turn our country into a wonderful place to live. But now Russia is growing ever more totalitarian, subject to the heaviest censorship and repression. Alexei Navalny showed us young people that it is possible not to give in to fear, the fear that Putin and his government have been instilling in people for the last 20 years.

For me, his death has come as a personal loss. He was an example of courage and clarity of mind; he called things by their names, and it takes courage and bravery to do that in Russia. We loved him sincerely. He is my president and will remain a hero forever.

His wife Yulia Navalnaya has announced that she is taking on the leadership of his team and is firmly set on continuing Alexei’s cause. She said that Putin killed half of her, but the other half will now go on to fight against him. I am deeply impressed at the bravery of this and I have nothing but admiration for Alexei’s family!

This is what you should know about the situation in Russia.

Cristina Manfredi
Cristina Manfredi

Sono una giornalista di moda e mi puoi leggere su Vanity Fair, Marie Claire, L'Officiel, Style Magazine del Corriere della Sera, F, Affari & Finanza di La Repubblica. Prima di entrare nel mondo del giornalismo, ho lavorato per grandi realtà del settore. La mia passione per il vintage mi ha anche portata, agli inizi degli anni 2000 a partecipare a un allora pionieristico progetto di upcycling. Sono anche docente IED - Istituto Europeo di Design dove insegno Fashion Journalism nei corsi Master.

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