È quasi domenica / Sarei stata una buona madre?

Anche se non hai figli, prima o poi la vita di mette di fronte allla prova suprema della maternità: lasciar andare chi più ami

Sarei stata una buona madre? Credo che molte donne senza figli si facciano questa domanda almeno una volta nella vita. C’è chi si interroga con tristezza, perché li ha cercati senza fortuna e chi, come me, la questione se la pone in senso filosofico. Ho sempre pensato che no, sarei stata una mamma del put, troppo sognatrice, disorganizzata, pasticciona, infantile io per prima. Se mi metto a giocare con dei bambini, col cavolo che li lascio vincere e durante i pranzi intergenerazionali finisco quasi sempre per sedermi dalla parte dei ragazzi, divertendomi mediamente il triplo rispetto agli adulti. Sono nata per fare la zia, mi sono sempre detta, sono l’adulta con cui lanciarsi in piccole grandi avventure, giocare a Dixit fino alle tre di notte, andare ai concerti, anche confidarsi, ma figuriamoci se sarei stata capace di fare arrivare dei giovani virgulti in tempo a scuola, o peggio ancora aiutarli con i compiti di matematica. Siccome io di figli non ne ho mai voluti, erano giusto dei pourparler, niente drammi esistenziali, finché mi sono ritrovata a mettere mia madre sul water e le cose sono cambiate.


Un intervento al piede la costringe per un po’ di giorni a non poterlo in alcun modo appoggiare e per una giovanotta di 97 anni è una faccenda complessa. Prima ha affrontato lo spaesamento dell’ospedalizzazione, poi ha smaltito in modalità Bambina di Satana il cocktail di farmaci post-operazione e una volta a casa ha fronteggiato l’imbarazzo di ricevere aiuto in tutto. Lei, il monumento alla placidità, la sacerdotessa del “Ma non è niente” e attivista convinta della dormita risanatrice, ha vacillato. L’ho vista confusa, triste, inerme, spaventata. Io, mi sono scoperta madre, come mai avrei pensato, roba da Anna Magnani dei tempi d’oro. Ho vegliato sulle sue notti agitate, l’ho tenuta per mano, come avrà fatto lei con me infinite volte quand’ero bambina, l’ho pulita, pettinata, vestita. Le ho detto bravissima perché riusciva a fare perno con la gamba sana e alleggerire di un cicicin lo sforzo di quel dragone di mia sorella, capace di sollevarla senza giocarsi la schiena (se vi domandate a cosa serve ammazzarsi di addominali, ecco un’ottima risposta, urge intensificare i workout). Fin qui, diciamolo, niente di eccezionale, mi darei un 7+ in quanto a “madritudine”, ho reagito di puro istinto, fugando il dubbio di esserne sprovvista. Però il difficile, va oltre l’accudimento. Mentre le spruzzo uno Chanel n.19 e le scelgo il rossetto adatto alla mise color salmone con cui si presenterà alla vista col dottor Clerici santo subito per la gentilezza, la tempestività e l’umanità dimostrateci, intuisco qual è la prova più grande di ogni madre: lasciarti andare.

Chissà cosa sognava mia mamma per me. Sperava che entrassi nello studio di famiglia? Avrebbe voluto vedermi sposare un bravo tipo, magari pure ricco? Si aspettava dei nipotini da coccolare? Pensava che avrei dovuto perdere un po’ di chili? Qualunque cosa le sia passata per la testa ha fatto sempre in modo di non farmelo pesare, ha accettato che prendessi la mia strada, anche se forse le sembrava sgangherata. Com’è difficile amare qualcuno dal profondo delle viscere e sapere che per compiere il proprio destino si dovrà staccare da te. E ancora più tosto è vedere la fatica, la frustrazione, le ansie, i dubbi, lo sgomento che si annidano in quel distacco, avere coscienza di non poter lenire i patimenti, anzi trovare la forza di accoglierli. Nello sguardo velato di mia madre in questi giorni ci sono tanti pensieri, tante emozioni che poco hanno a che fare con l’operazione in sé. Sono convinta che ce la farà, ancora una volta confermerà il suo status di Highlander e saprà riprendersi dall’intervento, però questa per lei è una prova tecnica di disconnessione e io non posso pretendere da lei ciò che lei non ha mai chiesto a me.

Come lei avrà fantasticato sul mio futuro, anche io ho delle aspettative sul suo. Vorrei che restasse al mio fianco ancora a lungo con quegli occhi quieti e vispi allo stesso tempo. Che continuasse a rammendarmi la mia maglia preferita, dicendomi ogni volta che è una malata terminale per cui non c’è più nulla da fare per poi restituirmela sistemata a dovere. Che a tavola mi tenesse ancora le sue esilaranti lezioni di piemontese. E che un giorno chiudesse gli occhi per sempre con il sorriso, magari in una tersa giornata d’autunno. Vorrei che non soffrisse, mi figuro una specie di ascensione, con tanto di raggio di luce che le illumina il volto, invece dovrò ricordarmi che nel suo viaggio di transizione, potranno esserci silenzi grevi, nottate inquiete, una separazione lenta, una discesa irrevocabile in un buio che fa paura perché nessuno sa lì cosa c’è.

I gatti, quando si sentono prossimi alla morte, si appartano nella natura per vivere in solitudine gli ultimi momenti terreni, o almeno così fece la nostra amatissima micina della casa di campagna quand’ero ragazza. All’epoca mi era sembrato terribile che fosse sparita nel nulla, oggi la capisco. Una buona morte, così come una buona vita, richiede tempo, preparazione e impegno. Devi salutare dentro di te chi tanto hai amato, farti coraggio nel confronto con l’ignoto, riconoscerti tutto il bene che hai fatto e perdonarti ciò che lasci a metà.

Nel congedarsi dalla sua compagna di stanza quando l’hanno dimessa dall’ospedale, mia mamma le ha detto serenamente: «Io sono pronta ad andare. Qui è bello, ma magari di là è ancora più bello». Da buona madre di mia madre, adesso tocca a me accettare che un giorno dovrò lasciarla andare e non importa se sarà diverso da come me l’ero immaginato.

Cristina Manfredi
Cristina Manfredi

Sono una giornalista di moda e mi puoi leggere su Vanity Fair, Marie Claire, L'Officiel, Style Magazine del Corriere della Sera, F, Affari & Finanza di La Repubblica. Prima di entrare nel mondo del giornalismo, ho lavorato per grandi realtà del settore. La mia passione per il vintage mi ha anche portata, agli inizi degli anni 2000 a partecipare a un allora pionieristico progetto di upcycling. Sono anche docente IED - Istituto Europeo di Design dove insegno Fashion Journalism nei corsi Master.

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