La poesia di un foulard

I foulard sono un perfetto accessorio da vivere, condividere e tramandare in famiglia. Come quelli della capsule collection di Luigi Veccia

La mia famiglia ha una piccola casa di campagna in Piemonte. Un posto tranquillo e silenzioso al margine di un bosco da cui, verso sera, spuntano i caprioli intenti a brucare erba per la cena. Dietro alla porta d’ingresso c’è un appendiabiti dove stazionano giacche sdrucite, maglie un po’ informi, gilet imbottiti e foulard di lungo corso. In origine avevano un legittimo proprietario, ma nel tempo sono diventati gli abiti della casa. Chiunque passi di lì sa che può prenderli e metterseli addosso senza incorrere in anatemi, poi a fine giornata li ripone e i giochi si riaprono l’indomani.

C’è l’indistruttibile blazer di tweed che mio padre indossava nelle sere d’autunno, abbiamo accolto a braccia aperte un caldissimo gilet grigio appartenuto al papà di mia cognata. Ma i miei preferiti sono i foulard di seta anni ’60 di mia mamma. Sono bellissimi, tutto sommato in buone condizioni, giusto un angolo sfilacciato o una piccola macchia che proprio non se ne va e li usiamo spesso, anche d’estate quando in terrazzo tira un po’ troppa aria, senza però scoraggiarci dal cenare fuori.
Da ragazzina li snobbavo. Vedevo mia nonna e mia madre che se li legavano in testa nelle giornate uggiose e mi faceva troppo tradizionalista, roba da Regina Elisabetta, quando io sognavo di andare a Londra a fare shopping da Vivienne Westwood. Solo nel tempo ne ho apprezzato l’eleganza bucolica, il piacere sottile di proteggere il capo in fruscio di fantasie e colori. E sono diventati per me un simbolo di famiglia, da indossare, scambiarsi, tramandare.

L’ultima collezione di scarf disegnate da Luigi Veccia (attuale direttore creativo di Daks) mi ha catapultata di fronte a quell’appendiabiti, in un subbuglio di emozioni e ricordi. Il designer campano celebra il decennale del suo marchio con una capsule collection dove mescola influenze dell’antica Grecia ai colori accesi della graffiti art, al romanticismo di fiori in chiave digitalizzata, agli accenti jungle, alle grandi dive degli anni ’30. Una sequenza di carré e sciarpine in seta che traboccano di vitalità e che già sanno di avere un destino versatile. Qualcuno lì avvolgerà intorno al collo, altri magari al polso. Si potranno trasformare in bandane neo-piratesche, arricchire il manico di una Kelly di Hermés. O magari finiranno in una casa di campagna, dove anno dopo anno si conquisteranno un posto in famiglia.

Photo: Carlo William Rossi e Fabio Mureddu


Cristina Manfredi
Cristina Manfredi

Sono una giornalista di moda e mi puoi leggere su Vanity Fair, Marie Claire, L'Officiel, Style Magazine del Corriere della Sera, F, Affari & Finanza di La Repubblica. Prima di entrare nel mondo del giornalismo, ho lavorato per grandi realtà del settore. La mia passione per il vintage mi ha anche portata, agli inizi degli anni 2000 a partecipare a un allora pionieristico progetto di upcycling. Sono anche docente IED - Istituto Europeo di Design dove insegno Fashion Journalism nei corsi Master.

Articoli: 10

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

error: Questo contenuto è protetto. © Copyright 2023 Cristina Manfredi - CristinaManfredi.com. All rights reserved.