Vita da tartufo. Storie del fungo più desiderato (e sfigato) al mondo

Apre ad Alba Mudet, il Museo del Tartufo dove scoprire tutto l'anno storie e curiosità sul tartufo

«Se dovete rinascere, fate attenzione a non reincarnarvi in un tartufo». Mauro Carbone, direttore del Centro Nazionale Studi Tartufo, sa che un’affermazione del genere mi lascerà di sasso e mi guarda con fare sornione. È lui la guida d’eccezione che mi accompagna alla scoperta di MUDET, il Museo del Tartufo di Alba, inaugurato proprio in questi giorni nel cuore del capolouogo langarolo.

Un mio dettaglio di uno dei pannelli esplicativi di Mudet, Museo del Tartufo ad Alba

Al primo piano dell’edificio che cinge il Cortile della Maddalena, dove fino al 3 dicembre si terrà la 93esima edizione della Fiera Internazionale del Tartufo Bianco di Alba, ha preso corpo l’allestimento permanente su 530 metri quadrati suddivisi in 10 sale. E il progetto, curato dagli architetti Antonello Stella, Narciso Piras e Simone Braschi, aveva non poche sfide da affontare.

«Il mondo impazzisce per il tartufo, ma riuscire a raccontarlo bene è complesso», dice Carbone, «anche perchè, diciamolo, la vita del tartufo è veramente disgraziata». Innanzitutto, lo scambiano tutti per un tubero, ma lui, è un fungo, ipogeo certo, ma 100% fungo. Tipo che a me girerebbero le scatole se mi trattassero per quello che non sono, ma per Tarty, come l’ho amorevolmente soprannominato, le grane non finiscono lì.

Noi ce lo contendiamo a cifre iperboliche, mentre lui se ne sta sottoterra a dannarsi l’anima perché nessuno lo vede. Non è una questione di egocentrismo: il tartufo, per riprodursi ha bisogno di essere trovato e raccolto, perché da solo non può muoversi e se non lo fa, addio spore, sparse intorno per garantire la sopravvivenza della specie.

«L’odore così intenso che sprigiona è l’unico modo che ha per far sapere al mondo che esiste», aggiunge il mio Virgilio del Mudet, «e le caratteristiche olfattive cambiano da tartufo a tartufo. Quando paragoniamo i nostri tartufi a dei diamanti, lo facciamo a ragion veduta, perché in entrambi i casi, non esiste un esemplare identico all’altro. E perché non possono essere coltivati dall’uomo».

Il motivo per cui un tartufo bianco di Alba arriva a costare cifre considerevoli (in questi giorni si aggira sui 450 euro all’etto) sta proprio nell’unicità e nell’assoluta spontaneità della crescita, influenzata dalle condizioni climatiche, motivo per cui Alba e la Langa tutta sono sempre più impegnate nel promuovere e attuare pratiche a tutela dell’ambiente.

Una mia veduta di Alba, la scultura di Valerio Berruti in piazza Michele Ferrero ad Alba

Torniamo però alla breve storia triste di Tarty. Lui se ne sta underground solo soletto, in preda all’ansia da estinzione, di solito ai piedi di farnie, pioppi carolina, salici bianchi, pioppi bianchi, cerri, noccioli e lecci. Quando arriva l’autunno e il suo effluvio ha raggiunto la massima ricchezza di note, aspetta che qualcuno lo tiri fuori da lì e allora, zac, mentre lo smuovono lui dissemina il terreno di suoi eredi.

A quel punto la situazione precipita e i suoi ultimi istanti si fanno convulsi. Appena esce allo scoperto, deve prima sperare che il cane, eccitato dal suo profumo, non decida di papparselo sul posto, tra gli smoccolamenti del padrone trifolau (questo il nome dei cercatori) che magari è stato in giro tutta la notte per trovarlo e ha pure incrociato le masche, ovvero le streghe del bosco.

Un mio dettaglio di un pannello esplicativo di Mudet, Museo del Tartufo, ad Alba

In alternativa, si godrà il mondo per qualche ora (più si aspetta a mangiarlo e più perde di intensità) prima di finire affettato fine fine su un glorioso piatto di tajarin al burro, senza contare il giramento di scatole di scoprire quanto vale e non mettersi in tasca manco un soldo, posto che Tarty sia provvisto di tasche. E la questione specchio, perchè se gli capita di fronte, potrebbe sentirsi un po’ bruttino rispetto alla maestosa cappella di un porcino.

Rendiamo allora onore al tartufo, non solo a tavola, ma anche al Mudet. Ascoltiamo le sue storie, prenotiamo una analisi sensoriale, efficacissima per comprendere le differenze tra un tartufo buono, uno mediocre e uno eccezionale. Godiamoci gli scatti di Steve McCurry, il grande fotografo americano arrivato apposta nelle Langhe per ritrarre i trifolau con i loro cani e le loro famiglie. E quando ce lo troviamo nel piatto, ricordiamoci del sacrificio fatto dal tartufo per dare vita ai suoi “bambini”.

Uno degli scatti reallizzati da Steve McCurry in Langa, ritraendo i trifolau con cani e famiglie. In apertura, un pannello esplicativo del Mudet fotografato da Beppe Malò per Comune di Alba / MUDET

Cristina Manfredi
Cristina Manfredi

Sono una giornalista di moda e mi puoi leggere su Vanity Fair, Marie Claire, L'Officiel, Style Magazine del Corriere della Sera, F, Affari & Finanza di La Repubblica. Prima di entrare nel mondo del giornalismo, ho lavorato per grandi realtà del settore. La mia passione per il vintage mi ha anche portata, agli inizi degli anni 2000 a partecipare a un allora pionieristico progetto di upcycling. Sono anche docente IED - Istituto Europeo di Design dove insegno Fashion Journalism nei corsi Master.

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